Peresson ricorda una massima di La Rochefoucauld nell’introduzione del suo libro “Psicoterapia Autogena” : “Quando non si trova riposo in sè stessi, è inutile cercarlo altrove”. Tale massima appare ovvia, sembra scontata, ma ci obbliga a riflettere su come viviamo e a fermarci un momento. L’uomo moderno, sempre più tecnologico, sempre più rivolto all’avere, al possesso, è permeato dall’illusione che il tuffo nel dinamismo più frenetico e irrazionale possa coprire i mali interiori, evitando in tal modo, al pensiero di ricordarceli. Un’altra massima citata dall’autore dice che “Il nostro umore dà un prezzo a tutto ciò che ci proviene dalla sorte”, non è possibile, quindi, sfuggire e fuggire da ciò che c’è in noi. Un modo per poter sapere qualcosa di più su cosa ci appartiene e ci costituisce è immergersi in una psicoterapia. Il T.A. di Schultz come psicoterapia può permetterci questo viaggio interiore. Il T.A., è una psicoterapia a punto di partenza mentale nella quale il rilassamento non è fine a se stesso, E’ scorretto pensare che il T.A. sia solo una tecnica di rilassamento, ciò probabilmente accade perché spesso è una conoscenza solo superficiale. Il rilassamento è certamente uno degli effetti di questa terapia ma, non è certo quello essenziale. Troppo spesso il T.A. viene utilizzato in modo improprio, e questa volgarizzazione confonde i fruitori e travisa l’autentico significato scientifico, riducendo la tecnica a banali esercizi di rilassamento, dimenticando o ignorando che esso mette in gioco importanti dinamiche affettive che non possono essere trascurate. La capacità dell’organismo di porsi in uno stato di riposo psicofisiologico, attraverso un sistematico allenamento e l’introspezione, cioè il vivere una produzione che affiora dall’inconscio e che viene a manifestarsi, rappresentano due momenti fondamentali del T.A. Come si può sviluppare una terapia con il T.A.? Ritengo sia importante provare a dare delle risposte a questo interrogativo, comprendere cioè se il training autogeno di per sè possa essere usato a scopo terapeutico o se debba essere considerato solo un mezzo supportivo da inserire in un contesto psicoterapico di altro tipo. Inoltre, se il T.A. è una psicoterapia a sè, può essere considerata solo una psicoterapia breve? Per psicoterapia si può intendere “una particolare forma di interazione, tra terapeuta e paziente” il cui scopo è quello di permettere al paziente di conoscere qualcosa in più di sè in modo che egli possa star meglio. Naturalmente “lo star meglio “ è molto soggettivo, non si può dire cosa significhi esattamente in quanto legato alla storia personale di ogni paziente. Per alcuni lo star meglio potrebbe voler dire superare un’inibizione, per altri migliorare i rapporti interpersonali, per altri ancora essere meno autodistruttivi, ecc. Il T.A. è una metodologia di intervento che comprende il T.A. somatico e il T.A. superiore. Nel T. A. somatico i sei esercizi standard hanno lo scopo di far raggiungere al soggetto uno stato di concentrazione passiva caratterizzata dalla non volontarietà cioè dalla sospensione dello sforzo e dalla eliminazione dell’attenzione. Nello stato di concentrazione passiva vi è l’emergere di sentimenti, emozioni, immagini che, successivamente, il soggetto annoterà in un protocollo diventando materiale di elaborazione col terapeuta. Ciò che si produce nel paziente è autogeno, cioè è spontaneo e non è indotto dalle parole del terapeuta. E’ quindi bene sottolineare che nel T.A. somatico non si tratta di far sentire qualcosa a qualcuno (calore, pesantezza, ecc.), non vi è induzione o suggestione da parte del terapeuta, ma vi è l’attesa, nella più completa passività mentale, che l’unità psicobiologica del soggetto consegua, spontaneamente, la sua autoregolazione funzionale. Il raggiungimento dell’autogenia, che il soggetto produce nello stato di concentrazione passiva, si ritiene possa mettere in evidenza il valore e le caratteristiche della relazione transferale. Infatti, anche quando il soggetto fa gli esercizi a casa, esiste la relazione con il suo terapeuta. Certamente il soggetto non fa “il compito” per il terapeuta ma, è anche in base alla relazione che si è venuta costruendo, che il soggetto fa gli esercizi e produce il protocollo. Il paziente porta una domanda al terapeuta, lo colloca in un luogo ben preciso di colui che sa che cosa a lui manca per star bene. Il terapeuta è quindi “supposto sapere” e ciò articola il transfert e permette il lavoro terapeutico. Il transfert è la chiave che apre e chiude le porte dell’inconscio. Ciò ci fa comprendere come il T.A. non sia una semplice tecnica di rilassamento da poter imparare sui libri o, come può anche accadere, tramite l’ascolto di cassette registrate, perché essa si sostanzia nella relazione con l’altro. In particolare gli esercizi superiori, orientati alla psiche, favoriscono la produzione di materiale che deve essere maneggiato con un terapeuta, ma anche nei protocolli dei pazienti che eseguono il T.A. di base emerge spesso materiale molto significativo per la terapia. Possiamo dire, allora, che il T.A. è una Psicoterapia a punto di partenza mentale nella quale il rilassamento non è fine a se stesso, ma è un mezzo per immergersi nello stato autogeno permettendo, con il raggiungimento della concentrazione passiva, l’emergere di sentimenti, immagini, emozioni. Il T.A. consente un rapporto terapeutico il quale, mediato dal corpo, investe tutta la struttura del soggetto. Wallnofer parla del T.A. come di “una psicoterapia con mezzi propri”. Il T.A. richiede, come tutte le psicoterapie, la presenza di un terapeuta esperto perché è nella relazione con quest’ultimo e, quindi, nel transfert, che l’inconscio può venire allo scoperto. La figura del terapeuta nel T.A. analiticamente orientato non è direttiva, sia nel training somatico che in quello superiore egli non interviene nè per sollecitare, nè per interpretare. L’intervento del terapeuta deve avvenire solo dopo che il paziente ha eseguito i suoi esercizi ed essere molto discreto, attento e basarsi soprattutto su puntualizzazioni o sottolineature, in modo da permettere al paziente di poter proseguire nella catena dei suoi significanti. Come in tutte le terapie analiticamente orientate il terapeuta deve essere neutrale e questa neutralità dobbiamo intenderla non come disinteresse ma come abbandono dei pregiudizi. Il terapeuta non deve imporre le proprie idee, il paziente ha il diritto di avere la visione del mondo che desidera, scopo della terapia è quello di permettergli una maggior conoscenza circa ciò che sottende al suo discorso. Dico solo una maggior conoscenza e non una conoscenza totale perché non esiste alcuna psicoterapia che possa far scomparire l’inconscio. Nel T.A. il rapporto tra il paziente ed il terapeuta non si basa esclusivamente sulla produzione verbale, ma vengono anche utilizzate le sensazioni somatiche e psichiche che i pazienti producono. Il T.A. diventa quindi una psicoterapia che affronta il soggetto in modo globale, sia dal punto di vista psichico che somatico. Il dare ascolto al proprio corpo è una modalità che oggi, spesso, viene dimenticata. Sovente il corpo è un pesante fardello da dimenticare o da bistrattare, oppure è un involucro da idolatrare, da lustrare, da mettere in vetrina. Sembra non interessare il fatto che possa parlare, anzi deve tacere, E, paradossalmente, più lo si vuol far tacere e più lui cerca di segnalare la sua presenza attraverso, ad esempio, alle somatizzazioni. Allora il T.A. può diventare particolarmente valido in tutte quelle situazioni in cui vi è alterazione somatica che, sottende, profonde conflittualità irrisolte. Chiarito che il T.A. è una psicoterapia a sè, penso che esso possa essere anche validamente utilizzato in aggiunta ad altre tecniche psicoterapeutiche. Vi sono situazioni nelle quali il T.A. di Schultz può rappresentare solo un supporto ad un lavoro condotto con altre metodiche. Il T.A. somatico può, ad esempio, consentire ad un paziente di raggiungere uno stato di calma e di distensione che può favorire e facilitare il lavoro terapeutico. Infine, il T.A. può essere considerato una psicoterapia breve? Credo sia difficile rispondere a questa domanda per due ordini di fattori : il primo è la difficoltà di definire cosa sia una psicoterapia breve, il secondo perché dipende da come è l’utilizzo del T.A. con quel determinato paziente. Senza voler approfondire cosa si può definire psicoterapia breve, noi potremmo dire che si intende breve quella psicoterapia limitata nel tempo e nel numero di sedute. Il T.A. somatico può essere l’inizio di un percorso che porta ad una psicoterapia di più lunga durata, ma nel contempo esso rappresenta anche un filtro. Allorché, infatti, con gli esercizi somatici il sintomo sparisca, penso si possa parlare di psicoterapia breve. Passando al T.A. superiore, Wallnofer ritiene che la risposta sia molto più difficile. Indubbiamente troviamo un accorciamento dei tempi rispetto ad altre psicoterapie analiticamente orientate perché, essendoci la possibilità di utilizzare altro materiale oltre quello verbale, può esserci una accelerazione nell’evocazione dei contenuti inconsci. Nel contempo, però, il tempo è il tempo del paziente e il T.A.S. non è pensato per accorciare il processo terapeutico. Certamente con pazienti che tendono all’intellettualizzazione il T.A.S. può di fatto costituire un accorciamento del processo terapeutico perché il raggiungimento di un buon stato autogeno allenta le resistenze. Per il T.A. superiore, quindi, ancor più che per quello inferiore, ritengo sia necessario trattare caso per caso per poter dire se si tratta o meno di una psicoterapia breve. Ciò che conta, comunque, in definitiva, è la possibilità che il paziente possa, attraverso tale terapia, migliorare la sua situazione. Non possiamo parlare di guarire, perché ciò significa restitutio ad integrum, ma nella psiche noi non troviamo un integrum, l’inconscio è costitutivo dell’essere umano. Autore: Anna Ambiveri, psicologa, psicoterapeuta, docente del Centro di Formazione Divenire di Torino via Susa 12, annaambiveri@virgilio.it Bibliografia di riferimento (1) PERESSON L.,Psicoterapia autogena,Faenza, Faenza,1975; (2) PERESSON L., Trattato di psicoterapia, vol. 1, Piovan, Abano Terme, 1985 (3) SCHULTZ I.H., Il training autogeno, vol 1, trad.it.di G.Crosa, Feltrinelli (4) WALLNOFER H., Anima senza ansia .Training autogeno, ipnosi. Le vie del rilassamento, Gli Archi, Torino, 1989 ;
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